Ci sono notizie che vanno oltre la semplice cronaca. La chiusura di Wired Italia, dopo 17 anni di attività, è una di quelle. Non è soltanto la fine di una testata giornalistica: è la perdita di una delle poche realtà che, in Italia, è riuscita a raccontare la tecnologia senza fermarsi alle schede tecniche o agli annunci di prodotto.
Dal primo numero del 2009, con Rita Levi-Montalcini in copertina, Wired Italia ha cercato di spiegare come l’innovazione avrebbe cambiato il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Ha parlato di intelligenza artificiale quando sembrava fantascienza, di startup quando in pochi sapevano cosa fossero, di privacy, cybersecurity, spazio, medicina, scienza e società con un linguaggio capace di coinvolgere sia gli addetti ai lavori sia chi voleva semplicemente capire il futuro.
La decisione di Condé Nast è stata motivata da ragioni economiche: l’edizione italiana non era più considerata sostenibile e le risorse verranno riallocate verso altri investimenti strategici. È una logica industriale che si può comprendere, anche se lascia inevitabilmente l’amaro in bocca.
Una perdita per tutto il giornalismo tecnologico
Per chi lavora nell’informazione tecnologica, la chiusura di Wired Italia ha un significato particolare.
Ogni settore ha le proprie testate di riferimento. Quelle che alzano l’asticella. Quelle che costringono tutti gli altri a fare meglio.
Wired era una di queste.
Molti di noi, nel nostro piccolo, cercano ogni giorno di raccontare la tecnologia in modo corretto, verificando le fonti, evitando il sensazionalismo e provando a spiegare concetti complessi con parole semplici. Wired lo ha fatto per diciassette anni, spesso riuscendoci meglio di chiunque altro.
La competizione tra testate non dovrebbe mai essere vista come una guerra. Al contrario, quando esistono realtà autorevoli che producono informazione di qualità, tutto il settore cresce. Crescono i lettori, cresce il livello del dibattito e cresce anche chi prova, ogni giorno, a fare questo mestiere.
Per questo la loro chiusura non è una “buona notizia” per chi pubblica tecnologia. È esattamente il contrario.
Il paradosso del nostro tempo
Fa riflettere che una testata nata per raccontare l’innovazione scompaia proprio mentre la tecnologia occupa uno spazio sempre più centrale nella vita delle persone.
L’intelligenza artificiale, la cybersecurity, i chip, lo spazio, la medicina digitale e la geopolitica della tecnologia sono oggi temi che influenzano direttamente economia, lavoro e democrazia.
Mai come adesso servirebbe un giornalismo capace di spiegare questi cambiamenti, distinguendo i fatti dall’hype.
Un grazie, da colleghi (ma neanche troppo)
Nel nostro piccolo non possiamo che dire grazie, di certo non ci arroghiamo il diritto di definirci al loro livello, il nostro è un giornale amatoriale costruito con la passione ed i ritagli di tempo.
Grazie ai giornalisti, ai redattori, ai fotografi, ai grafici, agli sviluppatori e a tutte le persone che hanno costruito Wired Italia in questi diciassette anni.
Avete raccontato il futuro quando il futuro non era ancora evidente.
Avete acceso curiosità, alimentato discussioni e contribuito a formare un’intera generazione di appassionati di tecnologia.
Noi continueremo a fare quello che facciamo ogni giorno: raccontare il mondo tecnologico con onestà, spirito critico e voglia di capire cosa ci aspetta domani.
Con la consapevolezza che il livello da raggiungere è stato fissato anche grazie al vostro lavoro.
Buon viaggio, Wired Italia.

